CLUB ALPINO ITALIANO-SEZIONE DI ROVIGO



INDIVIDUALISTI IN COMPAGNIA




Si riporta qui di seguito un articolo tratto dal sito web di Paolo Muzio (www.paolosnow.it), che a sua volta riprende un interessante articolo apparso sul n. 7/8 2005 della "Rivista del CAI".

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
Prendo spunto, per una riflessione, da un articola apparso sul n. 7/8 2005 della Rivista del CAI.
In questo pezzo, inserito nella rubrica "il tema", Pier Giorgio Oliveti cita una lettera ricevuta da un socio, accompagnatore di escursionismo della Sezione di Sassuolo.
Due domande che il socio Mauro Bertoni si pone:
"Può esistere un individualismo di Gruppo?" oppure
"Un Gruppo fatto di individualismi?".
Dopo 20 anni di esperienza nell'accompagnare gente in montagna dichiara: "Sì, ritrovarsi in un Gruppo con una buona dose di individualisti è quasi lo standard". A questo punto, raccontando esperienze tratte dalle varie escursioni, Bertoni ne esce fuori con un quadro a volte sconcertante, delle difficoltà che un Responsabile di una gita sociale, sia accompagnatore o direttore, deve affrontare. Non stiamo parlando delle difficoltà insite nel preparare un'escursione o organizzarla … ma sentiamo cosa scrive ancora:
Certamente accompagnando un Gruppo di escursionisti, è ben difficile sapere a priori come si comporteranno i singoli durante un'escursione. Sto parlando di escursionismo, cioè di percorsi con medie, basse o inesistenti difficoltà tecniche, dove i partecipanti possono essere anche numerosi e con esperienze e capacità eterogenee. Paradossalmente nelle attività di tipo alpinistico, assai più tecniche ed impegnative, la maggior autoselezione dei partecipanti elimina in partenza molti comportamenti anomali.
Facciamo un esempio: all'escursione proposta si iscrive una dozzina di persone: alcuni sono "single", altri in coppia, altri costituiscono già un gruppetto; tra di loro vi possono essere escursionisti esperti, oppure aficionados delle escursioni CAI. Tutti sono interessati al percorso, tutti ascoltano le istruzioni e le raccomandazioni iniziali dell'Accompagnatore, ma tutti, proprio tutti, si immaginando un'escursione con caratteristiche tagliate individualmente su ciascuno di loro. Chi si aspetta un'escursione contemplativa, chi la vuol fare di corsa. Poche soste, molte soste, una sola sosta. Il curioso si guarda attorno, l'esagitato scalpita. E' l'itinerario che conta!; no!, bisogna raggiungere a tutti i costi la vetta, anche con la nebbia …
Le istruzioni ed i proponimenti sono subito dimenticati e il Capo Gita diventa una sorta di cane-pastore. Se le difficoltà non esistono, il tempo è buono e le ore di luce tante, i problemi sono limitati e tutti sono contenti: il "single" si fa l'escursione da "single", la coppia passeggia e fotografa, il gruppetto in fuga conquista la vetta a passo di carica e, quando arrivano gli altri, è già riposato, "mangiato" e pronti per scendere o per altre conquiste. Il tutto alla faccia dell'escursione di Gruppo!!!. Ma se il percorso è selettivo e le difficoltà aumentano, il tempo scarseggia, ecc., il cane-pastore non basta più. Qualcuno del Gruppo, mentre pretende di "farsi la gita" come gli pare, in realtà è in difficoltà. E'stanco: andiamo troppo forte/piano; la salita/discesa è troppo ripida; il sentiero è esposto, l'esperienza è scarsa, fa buio, cambia il tempo.
Ma chi viene in aiuto all'escursionista in difficoltà? Ma il cane-pastore-accompagnatore: è logico! E gli altri dove sono? Alcuni più avanti, altri si accorgono del rallentamento dovuto a qualche compagno in difficoltà …altri lo ignorano … il Gruppo è diventato "i gruppetti", ciascuno con il suo leader, protagonista, suo malgrado, che spesso non sa nemmeno dove si trova. L'Accompagnatore, se solo, sta con chi è in difficoltà …

Per finire, Mauro Bertoni riflette nella sua lettera:
Penso che la collettività del Gruppo imprima una forza psicologica positiva su chi si trova in momentanea difficoltà o, semplicemente, è privo di esperienza. Il Gruppo intorno a quella o quelle persone, può fare molto di più che non la sola assistenza dell'Accompagnatore. La presenza vicina dei compagni di viaggio è già motivo di conforto. Questa presenza dimostra, anche con l'esempio, che la difficoltà è superabile e che è alla nostra portata. Se poi si aggiunge la "parola", il gioco è fatto ed al parcheggio, a bere la birra, ci arriviamo tutti assieme, dopo aver raggiunto il medesimo obiettivo programmato.
Questo bellissimo articolo, spunto per molte riflessioni, dentro e fuori le sedi del CAI, mi ha trovato totalmente in accordo; queste sono le stesse esperienze provate sulla mia pelle (dal 1983), anche se in modo discontinuo, di organizzatore di gite sociali per il CAI. So che magari non servirà a molto, però queste due paginette della rivista andrebbero inserite in fotocopia assieme alla descrizione della gita stessa e distribuite ai partecipanti. Si sa: "verba volant … ma scripta manent!".

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
E' quasi ovvio dire che la nostra Sezione condivide totalmente le considerazioni dell'articolo, nonché le ulteriori riflessioni di Paolo Muzio e che questa totale condivisione è ben sintetizzata da questa massima di Henry David Thoreau "L'uomo che viaggia solo può partire anche oggi: ma chi viaggia con un compagno deve aspettare che l'altro sia pronto".
Molte sono le ulteriori considerazioni che si possono fare. Per chi "vede il bicchiere sempre mezzo pieno", si potrebbe dire che sì, queste cose spesso succedono, ma non bisogna drammatizzare, che una certa "frammentazione" del Gruppo, specialmente quando si tratta di un Gruppo numeroso, è fisiologica ed inevitabile, legata al diverso modo di concepire la montagna, al diverso grado di preparazione fisica e di allenamento, insomma a tutta una serie di fattori "diversificanti" che fanno sì che ogni individuo non è uguale ad un altro, né in montagna, ne in tutte le altre occasioni della vita .. e che, in fondo, è compito dell'Accompagnatore/Organizzatore del CAI fare da trait d'union e da collante al Gruppo. Per chi, invece, "vede il bicchiere sempre mezzo vuoto", le considerazioni sono di tutt'altro tenore: sono proprio questi accadimenti che, spesso, causano stanchezza e disillusione sia negli Accompagnatori/Organizzatori delle gite CAI e che li conducono, in molti casi a "mollare"il loro volontariato (fughe dal Gruppo degli esagitati, frasi del tipo "ma che gita corta" o "perché non siamo arrivati in cima" o "è un'ora che vi aspettiamo" dei vari "Messner" di turno o, all'opposto, da parte dei meno allenati, "sulla relazione c'era scritto 3 ore e ce ne abbiamo messe 6" o il classico "quando ci fermiamo" detto dopo 10 minuti di percorso pianeggiante), sia nei partecipanti alle gite che, infatti, da quanto si sente nelle diverse Sezioni, sono sempre meno numerosi. I "Messner" lamentano, infatti, spesso la troppa facilità dell'escursione, con conseguente "non verrò mai più a queste gitarelle da pensionati", "i Meno allenati" si lamentano esattamente per il motivo contrario o, per essere stati "ingannati" dalla relazione o, in qualche caso, per essere stati abbandonati dall'Accompagnatore/Organizzatore(che, quando è solo, deve correre di qua o di là!).
Che dire e, soprattutto, che fare allora?
Ricette sicure o bacchette magiche non ce ne sono!
Oltre ad un sforzo preliminare da parte delle Sezioni finalizzato ad organizzare un programma escursionistico il più equilibrato possibile - e tenendo presente che pur sempre di escursionismo si tratta e non di alpinismo - programma che cerchi di accontentare tutti, contemplando sia gite "facili" di primo approccio all'escursionismo, sia gite di escursionismo avanzato, oppure gite "miste" con percorsi in parte differenziati, cercando di indirizzare le diverse persone che aspirano a partecipare verso la tipologia di escursione più adatta al grado di preparazione psico-fisica di ciascuno, crediamo occorra una vera e propria "rivoluzione culturale" - di per se stessa difficile e lenta - che combatta contro l'individualismo imperante nella società - obiettivo, credo, troppo ambizioso - o, forse più realisticamente, che, almeno nell'ambito CAI e, più specificatamente, nell'ambito dell'escursionismo CAI, si ripristini un minimo di spirito di solidarietà, per cui il compito di fare da collante al Gruppo non sia lasciato esclusivamente al "povero" Accompagnatore/Organizzatore CAI, ma sia preso in carico anche dagli escursionisti più esperti inseriti nel Gruppo - che avranno mille altre occasioni per esibire al loro perizia alpinistica - a favore di quelli più lenti e meno allenati …
In fondo, può essere importante anche arrivare primi alla vetta, ma è certamente, alla lunga, molto più gratificante, lo" spirito di Gruppo" o quel "qualcos'altro" che bene esemplifica Bertoni quando dice"… al parcheggio, a bere la birra, ci arriviamo tutti assieme, dopo aver raggiunto il medesimo obiettivo programmato".